Isole Eolie con bambini. Lipari, secondo giorno.

Venerdì, 08.09.2017

Memori della meravigliosa alba contemplata in autostrada l’altro ieri, io e Giovanna ci alziamo alle 06.20 per ammirare l’alba lungo la splendida costa eoliana di Canneto. In realtà, però, è già giorno, anche se il sole non ha ancora fatto capolino dietro l’orizzonte. Torniamo quindi a letto, per rialzarci poco dopo e fare colazione.

Christian sta molto meglio, non ha più alcuna traccia di febbre. Siamo pronti ad una splendida giornata di mare. Splendida? Beh, il cielo è un po’ nuvoloso, ma le previsioni indicano pioggia solo nel primissimo pomeriggio.

Cominciamo il nostro tour balneare raggiungendo, a piedi, le cosiddette spiagge bianche. Proprio nella piazzetta antistante il residence, alla fine della baia di Canneto, parte una stradina che si inerpica sulla collina e, fra scorci suggestivi, passa accanto a numerose graziose casette fino a ridiscendere sulla spiaggia.

In un arcipelago prevalentemente collinare, il concetto di spiaggia va chiarito. Per lo più si tratta di strette strisce di ciottoli, niente a che vedere con le spiagge di morbida sabbia dorata. Anzi, rimpiangiamo di non aver portato le scarpette da scoglio. Il mare trasparente e lo scenario circostante, però, attenuano decisamente il disagio della spiaggetta.

Dopo un bagno soddisfacente ritorniamo a Canneto, stavolta utilizzando una delle imbarcazioni che fa la spola fra le diverse spiagge del litorale est di Lipari e la stessa frazione di Canneto. L’anziano e gentilissimo barcaiolo ci chiede due euro a testa, poi si accontenta, spontaneamente, di soli cinque euro al momento del pagamento.

La barca ci lascia al centro della baia di Canneto (altre compagnie invece attraccano proprio a pochi passi dal nostro residence), io vado a prendere l’auto mentre i bambini ne approfittano per sbizzarrirsi in un piccolo parco giochi in piazzetta.

Riprendiamo quindi il tour on the road, utilizzando la cartina ampiamente illustrata dalla signora dell’autonoleggio. Cerchiamo la decantata ed osannata white beach (da non confondere con spiagge bianche). Passando con l’auto, scorgiamo la grossa insegna , posta a mo’ di traguardo ciclistico, e ci infiliamo in questa stradina sterrata, in discesa, con la titubante Fiesta.

La spiaggia, ancora meno suggestiva della precedente, è fra l’altro totalmente occupata da un lido. Comprendiamo che il posto è rinomato più per le feste notturne che per meriti balneari. Non vale la pena fermarsi, risaliamo in auto proprio mentre una signora, scesa da un fuoristrada, ci avvisa che la strada è troppo ripida per poterla risalire con la nostra Ford. L’unica soluzione è provare in retromarcia, ma non è facile: ci sono tre o quattro tornanti, ed alcuni tratti sono effettivamente con pendenze elevatissime.

E così, armato di coraggio ed incoscienza, mi avventuro risalendo la collina in retromarcia, con la Fiesta degli anni ’90, schiacciando l’acceleratore a tavoletta  e sollevando nuvole di polvere. Riesco a completare il percorso fermandomi una sola volta, a pochi centimetri dal ciglio della strada. Ce l’ho fatta, non credo ai miei occhi. Posso riprendere a respirare. Anche mia moglie è incredula, e mi ricopre di elogi. Ormai sono a tutti gli effetti un asso della guida su sterrato.

Riprendiamo la strada provinciale, ci rifermiamo subito per ammirare l’ennesimo panorama. Scorrendo costantemente su un’altura, ogni area di sosta è una fucina di meravigliosi scenari.   Proseguiamo per la località Pietra Liscia, nel bel mezzo delle cave di pomice, oggi dismesse. Le infrastrutture della zona industriale, spesso ormai arrugginite, fanno da contraltare alle bianche pareti nude della collina. Triste e suggestivo.

La cartina indica una spiaggetta, al termine di una discesa fra due pareti di pomice. In uno slargo troviamo il vecchio segnale turistico, lo seguiamo assieme a una famiglia veneta, che parcheggia lì accanto i due scooter. Il corridoio di pomice è effettivamente singolare, ma il percorso è piuttosto accidentato e lungo. Ridiscendiamo gran parte del tracciato, fino ad intravedere la spiaggetta, veramente esigua, posta accanto ad una vecchia piattaforma metallica, altro retaggio di archeologia industriale.

Non vale la pena andare oltre, anche perché nuvoloni neri minacciano pioggia, e siamo un po’ troppo distanti dall’auto.  Risaliamo il sentiero e riprendiamo l’auto, pochissimi km più avanti c’è un’altra frazione, Porticello. Qui si può scendere fino al pontile, c’è una spiaggia più grande ed un lido. Addirittura un piccolo bar e una rimessa di barche.

La spiaggia è sempre ciottolosa, ed il cielo grigio contribuisce a smorzare i toni azzurri del mare. Ma i bambini, giustamente, desiderano tuffarsi. Così facciamo un rapido bagno, proprio mentre cadono le prime gocce di pioggia.  Pochi minuti, e siamo di nuovo nella Fiesta, direzione Acquacalda. La giornata grigia accentua la sensazione di tristezza percepita il giorno prima. Fra l’altro, c’è davvero pochissima gente in giro. Solo qualche ragazzo alla fermata dell’autobus, che ha l’aria di aspettare da un bel po’.

Però la spiaggia è molto ampia, e lunga quanto tutta la frazione. Il sole si riapre un varco fra le nuvole, così facciamo un bagno anche qui. Guardando la fila di casette direttamente dal mare anche Acquacalda, in fondo, trasmette una suggestione particolare. Come una specie di rifugio appartato, che solo chi la conosce davvero può apprezzare pienamente.

Superata Acquacalda, la strada si tuffa un po’ più verso l’interno, abbracciando frazioni panoramiche ma distanti dal mare, che fra l’altro non offre spiagge o insenature nella costa occidentale. Quindi decidiamo di tornare indietro, ripercorrendo in senso inverso la stessa strada.  Rientriamo al residence per  una lunga doccia.

Mentre i bambini si rilassano sul divano, io e Giovanna scendiamo sul lungomare, ed al Bar Blu compriamo piadine ed una porzione di parmigiana di melenzane. Si respira un clima molto familiare, la stagione estiva è ormai agli sgoccioli ed il bar, specie in giornate piovose, è frequentato solo da residenti.

Non appena rientriamo in camera, comincia a piovere intensamente. Seduti al tavolo quadrato dell’ampia cucina, con vista sulla baia di Canneto,   sospesa sotto la pioggia come una foto senza tempo. Resterei sempre qui, su questa veranda, a cercare sempre nuovi dettagli in questo magnifico poster.

Dopo pranzo non si può far altro che riposare. Fuori piove ancora, anche se le previsioni indicano che a breve tornerà il sereno.  A metà pomeriggio, infatti, ci sono tutte le carte in regola per nuove esplorazioni. Andiamo alla ricerca di punti panoramici da inondare di foto. Il belvedere di Quattrocchi fa proprio al caso nostro.

Lasciamo la Ford in uno slargo della strada provinciale, e ci affacciamo in un piccolo piazzale oggi dedicato a Sergiu Celibidache, direttore d’orchestra rumeno che visse molti anni a Lipari. Il panorama che si presenta ai nostri occhi è favoloso.  Parte della costa occidentale di Lipari, comprensiva di faraglioni, e della spiaggetta Valle Muria. Ma il piazzale offre un impareggiabile scorcio anche sull’isola di  Vulcano,  il cui profilo è forse il più affascinante fra le isole Eolie.

Non siamo ancora paghi, vogliamo ancora di più. La signora dell’autonoleggio aveva segnalato un altro posto fantastico, a suo giudizio il più sensazionale fra i panorami dell’isola: l’Osservatorio di San Salvatore. Ritorniamo quindi verso la città di Lipari tramite la strada provinciale, poi integriamo le indicazioni e la scarna cartina con i suggerimenti di Google Maps. Raggiungiamo la borgata di San Salvatore, con le sue sparute casette, alcune davvero degne di nota. Siamo in collina, si ammirano scorci dell’abitato di Lipari.

Giungiamo in un piazzale antistante l’edificio dell’Osservatorio INGV, ma decidiamo di affrontare anche l’ultima, irta salita, e sostiamo dove la strada finisce. E’ un piazzale sul paradiso. L’isola di Vulcano è così vicina che sembra possa essere toccata semplicemente allungando una mano. Sembra messa in posa per le foto, anticipata dalla collegata Vulcanello. Sotto di noi, al termine di un dirupo, l’inaccessibile (se non dal mare) Spiaggia Praia di Vinci.  Alla nostra destra, il sole comincia a calare sul mare, ma è ancora troppo presto per pensare di attendere il tramonto, che sarà in ogni caso magnifico.

Scattiamo foto e selfie con ogni mezzo a nostra disposizione, fino a scaricare più di una batteria. Una leggera brezza, dovuta all’altura e alla posizione prominente sul mare, rende piacevolissima la sosta. Finalmente, dopo un tempo indefinito che sembrava non bastare mai, ritorniamo in auto, dirigendoci verso il paese di Lipari.

Non appena ridiscesa la borgata San Salvatore, tentiamo di costeggiare il mare, alla ricerca della Marina Corta, segnalataci come un angolo suggestivo di Lipari. A causa dei sensi unici, non riusciamo immediatamente nel nostro intento, imboccando per errore un vicoletto che arriva direttamente al mare, dove alcuni pescatori tirano in secca le barche.

Parcheggiamo quindi ai margini del centro, in prossimità del Corso. Ma mia moglie, giustamente, è orientata a cercare la borgata marinara.  Con l’aiuto di Google, attraversiamo l’abitato dirigendoci verso il mare. Svoltiamo in Via Nuova, poi scendiamo imboccando Via Garibaldi. Lungo la strada ci soffermiamo davanti un’agenzia di escursioni, e prenotiamo la gita per l’indomani. Le previsioni meteorologiche incerte necessitano però di una conferma, anche se l’imbarcazione utilizzata viene indicata come la più grande dell’isola.  Siamo tutti ottimisti, ci aspetta una bellissima esperienza.

Poco dopo l’agenzia viaggi, entriamo in Piazza Sant’Onofrio, Marina Corta. Inaspettatamente meravigliosa. Quasi interamente pedonale, pavimentata con pietra bianca, affacciata direttamente su una spiaggetta, circondata da due pontili e con decine di barchette ormeggiate. Un grazioso ponticello permette di attraversare le due parti del piazzale.  La parrocchia di San Giuseppe, posta in cima ad una scalinata, chiude l’incanto. Alle prime luci del tramonto, quando i lampioni illuminano la piazza colorandola di tonalità dorate, tutta la borgata si veste di sensazioni magiche. La esploriamo in lungo e in largo, salendo fin sulla chiesetta ed ammirando la baia da ogni angolazione. Ci soffermiamo anche in alcuni negozi di souvenir, come al solito strapieni di oggetti di ogni tipo.

 

L’appetito si fa sentire, Christian è già da un po’ di tempo che si lamenta, non ne può più di camminare. Scegliere un ristorante, fra le decine di proposte, non è facile. Decidiamo di optare per una soluzione fuori dagli schemi: in via Nuova abbiamo notato un posto particolare, lontano dal clichè del ristorante tipico.  Non senza timori,  scegliamo di entrare al Kasbah.

Elegante, forse anche troppo raffinato per  i nostri gusti. Nel cortile accogliente circolano molti gatti, proprio accanto c’è un’associazione che li accudisce. Mio figlio ne ha inspiegabilmente paura, rendendo un po’ più tesa la nostra cena. I piatti sono ben presentati, ma con gusto non all’altezza dell’estetica. Le busiate crude sono difficili da masticare, peccato.

A questo punto, ci vuole un dolcino. Non sembra opportuno consumarlo al ristorante, dove lasciamo già 65 euro per i quattro primi. Ritorniamo quindi sul corso, dirigendoci verso l’auto. Incontriamo un vecchio bar, gestito in maniera ultrafamiliare: l’anziana titolare rimprovera costantemente i suoi collaboratori, forse i nipoti. Però è molto suggestivo, sembra fermo a metà degli anni ’80. Prendiamo due gelati, e qualche dolcetto tipico. Poi torniamo al residence, in lontananza sembra stia arrivando un temporale.


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